Il ponte Morandi e il dramma di Genova

Il 14 agosto, mentre gli Italiani si apprestavano a festeggiare il tanto atteso Ferragosto, a Genova, verso mezzogiorno, si verificava una tragedia immane, il crollo del ponte Morandi, che provocava la morte di 43 persone.

Le vittime: uomini, donne e bambini che andavano in vacanza o al lavoro e che non hanno avuto la possibilità di ritornare alle proprie case e alla propria vita.

Di chi la colpa? Di chi la responsabilità? Quali le cause?

A noi non rimane altro, “obtorto collo”, che contare i morti, che essere vicini ai familiari che hanno perso i loro cari e che qualsiasi cosa facciano non rivedranno più le persone decedute.

Rimane in tutti noi la rabbia, il risentimento verso chi ha truffato gli Italiani, verso chi doveva controllare, monitorare il ponte e non ha fatto il proprio dovere o non lo ha fatto con rigore e professionalità.

Rimane l’amarezza di chi assiste impotente allo spezzarsi di giovani vite, rimaste intrappolate nelle macerie di un ponte che crolla.

Rimane l’amarezza di chi assiste alla disperazione di mamme che di fronte alla morte del proprio figlio, non riescono a trovare una spiegazione.

Un esempio per tutte è quello di mamma Paola che ha dormito per notti vicino le macerie e a chi le chiedeva di andare a riposare, rispondeva:  “Non voglio andare a casa, voglio esserci quando lo troveranno”.

Gli Italiani superficiali? Poco attenti? Incapaci di prevenire i disastri? Pronti a respingere le proprie responsabilità?

Difficile dare una risposta, eppure lo stesso progettista, l’ingegnere Riccardo Morandi, in uno studio del 1979 lanciava un allarme, l’allarme corrosione a proposito del viadotto collassato proprio il 14 agosto e scriveva: “Penso che sarà necessario ricorrere ad un trattamento per la rimozione di ogni traccia di ruggine sui rinforzi esposti…la struttura viene aggredita dai venti marini… si crea un’atmosfera ad alta salinità che si mescola con i fumi dell’acciaieria e si satura di vapori altamente nocivi…Le superfici esterne esposte verso il mare e più direttamente attaccate dai fumi acidi iniziano a mostrare fenomeni di aggressione di origine chimica..”

Morandi aggiunge “Le piastre sono state letteralmente corrose..” ed insiste sulla necessità di proteggere la superficie in calcestruzzo per accrescerne la resistenza.

Le sue parole, come sappiamo, non sono state ascoltate, anzi Giovanni Castellucci, l’amministratore delegato di autostrade, rigetta le responsabilità, dicendo che “il ponte fu costruito negli anni Sessanta e non da noi”.

Promette, in cambio, un fondo per le esigenze immediate delle vittime e un progetto per ricostruire il ponte in acciaio in otto mesi, ma Di Maio, vice premier, ribatte: “Sia ben chiaro, lo Stato non accetta elemosine e non vi sarà nessun ricatto”.

“Genova però non si arrende – tuona il cardinale Angelo Bagnasco nell’omelia pronunciata ai funerali di Stato – il crollo del ponte Morandi sul torrente Polcevera ha provocato uno squarcio nel cuore di Genova…qualunque parola umana è poca cosa di fronte alla tragedia, ma Genova non si arrende..”

Al di là di queste considerazioni sulle quali, come si è detto, farà luce la magistratura resta la tragedia immane che nessuna inchiesta potrà mai spiegare o lenire.

Un velo di pietà, di misericordia, di partecipazione umana avvolge le bare che contengono i corpi straziati; le esequie di Stato evidenziano il concorso della gente; ma niente potrà mai spegnere l’eco delle urla di terrore e di disperazione che genera angoscia nel nostro cuore, perché si tratta di una tragedia annunciata e non solamente di una fatalità sfortunata.

E’ inutile sigillare con parole di routine che quelle persone si sono trovate “nel posto sbagliato nel momento sbagliato”: quel ponte è crollato per l’incuria degli uomini che troppo spesso antepongono le esigenze di guadagno e di mercato ad altre di spesa e di messa in sicurezza delle vie di grande comunicazione che gestiscono.

Prof.ssa Leonarda Oliva

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